Intellettuali dallo sguardo velato

Articolo di Alfredo Guardiano,segretario associazione Astrea, pubblicato nella sezione Napoli del quotidiano “La Repubblica” di sabato 13 gennaio 2018 .

“La cultura si nutre della linfa dell’economia ed è necessario un’abbondanza materiale, perché la cultura cresca, diventi complessa e raffinata”.

Così scriveva Lev Trockij nel suo “Letteratura e Rivoluzione”, convinto che, con la rivoluzione, sarebbe stato “il popolo meno la borghesia” a creare le condizioni materiali per una nuova arte, a partire dalla letteratura, una volta sgretolatosi l’asse borghese intorno al quale, sino a quel momento, si era cristallizzata.

Come si sa le cose sono andate diversamente, perché al fallimento della rivoluzione comunista ha fatto da contrappunto la completa affermazione della cultura borghese, il cui trionfo, come nota Marco Viscardi nel suo “Prologo” alla bellissima raccolta di saggi “Il Borghese fa il mondo”, a cura dello stesso Viscardi e di Francesco de Cristofaro, è stato quello di essere riuscita a sovrapporre le sue regole e la sua visione delle cose all’ordine del mondo.

Le odierne condizioni di benessere diffuso, create dallo Stato borghese, non hanno, tuttavia, prodotto quella cultura “complessa e raffinata”, alla quale tendeva il rivoluzionario russo.

Anzi, il quasi totale dominio del modello economico neo-liberista ha fatto irruzione anche nel campo culturale, le cui diverse forme espressive, in particolar modo quelle tipiche della cultura popolare del dopoguerra, come il cinema e la televisione, ha tendenzialmente asservito alle logiche del mercato, governate dal profitto.

Si è in tal modo smarrita, tranne rare eccezioni, una delle componenti che pure hanno accompagnato storicamente la cultura della borghesia: l’attitudine a riflettere seriamente sul proprio mondo; a svelarne i meccanismi di funzionamento; a coglierne le contraddizioni; a porre in essere condizioni favorevoli a cambiamenti radicali dello status quo, come dimostrato dalla straordinaria produzione culturale ed artistica, che ha sempre preceduto ed accompagnato le Rivoluzioni.

Non è un caso, dunque, che alle critiche sugli effetti negativi della serie televisiva Gomorra, si replichi, secondo un collaudato canovaccio, esaltando le qualità tecniche del “prodotto”, che ne ha consentito il successo, in termini di vendita, sul mercato internazionale dell’intrattenimento, come se si trattasse di pubblicizzare una merce qualsiasi; che venga eluso con superficialità il problema della responsabilità sociale dell’intellettuale, accusando i pochi che lo pongono di essere seguaci di un’ideologia da regime totalitario, che vuole l’arte al servizio di un ideale politico, come se non fosse ideologico sostenere il contrario, vale a dire che è l’arte a dover essere al servizio del profitto.

E se si consideravano quanto meno meritevoli di attenzione, durante gli anni di piombo, le critiche di favorire la diffusione delle idee terroristiche da parte di chi, nei suoi libri, scriveva di sentire un brivido dietro la schiena quando indossava il passamontagna della classe operaia, perché non dovrebbero esserle quelle di chi accusa la serie televisiva di favorire la diffusione di comportamenti criminali tra il pubblico giovanile?

Lo smarrimento di senso critico ricompare a proposito del film “Napoli Velata” – narrazione della città, che si vuole borghese, forse solo perché non ambientata nella periferia di Gomorra – infarcita di stereotipi estetizzanti sulla “grande bellezza napoletana”.

Ma quel che più colpisce non è tanto un film in bilico tra un remake del “Segno del comando”, in stile “Dolce e Gabbana”, con una spruzzatina di “Gatta Cenerentola (l’opera di De Simone), ed un ottimo spot per invogliare il turista borghese, con velleità culturali, a programmare una visita a Napoli, quanto piuttosto il profluvio di commenti che una parte rilevante della borghesia colta napoletana ha dedicato alla pellicola.

Colpisce, non solo perché anche nelle critiche negative sembra di cogliere uno sguardo indulgente ed, in fondo, autocompiaciuto, sulle vicende di una comunità di borghesi alla quale si sente di appartenere, ma soprattutto per lo straordinario spreco di energie, che ben avrebbero potuto essere diversamente spese, non mancando certo, anche solo sul piano strettamente culturale, i temi su cui esercitarsi qui ed ore, con altrettanta passione, rimandando ancora una volta a data da destinarsi un serio dibattito in ordine alle responsabilità storiche delle élites napoletane per l’odierno sfacelo etico e culturale.

Appare, pertanto, non peregrino immaginare che, mentre in grandi città, italiane ed europee, si allestiscono mostre sulle avanguardie culturali ed artistiche della Rivoluzione russa e sul ’68 o ci si prepara a riflettere sul marxismo, in occasione del bicentenario della nascita di Marx, da noi quest’anno gran parte della borghesia colta napoletana, con, mi auguro, non poche eccezioni, sarà impegnata a commentare la riduzione televisiva, ormai prossima dei romanzi della Ferrante.

Rivolgo allora, da semplice lettore, un appello agli intellettuali napoletani: proponete temi nuovi; rivolgete in profondità il vostro sguardo e se vi chiamano per commentare un film come quello di Ozpetek, fate propria la risposta di Bartleby lo scrivano: preferirei di no.

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